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Il 57,4% del traffico internet mondiale proviene ora da bot, superando per la prima volta gli utenti umani fermi al 42,6%. Una parlamentare britannica cita Grok davanti all'Alta Corte di Londra per deepfake sessuali non consensuali. Un pro-rettore australiano pubblica un articolo d'opinione scritto con l'AI senza dichiararlo. Non sono episodi scollegati: segnalano che la diffusione dell'intelligenza artificiale ha ampiamente superato la capacità collettiva di gestirne la trasparenza.
Da qualche settimana i bot generano più traffico degli esseri umani sull'internet globale, con un anticipo di circa 18 mesi rispetto alle previsioni. Matthew Prince, CEO di Cloudflare, aveva stimato questo sorpasso per la fine del 2027; la crescita rapida degli agenti AI ha bruciato le tappe. I dati di Cloudflare Radar misurano i bot al 57,4% delle richieste HTTP mondiali.
Prince ha già indicato la direzione verso cui si muoverà il web: "chiaramente sarà pay-to-crawl" — chi vuole far scansionare i propri contenuti dai crawler AI dovrà pagare. Cloudflare ha lanciato una piattaforma in questa direzione nell'estate del 2025, permettendo ai proprietari di siti di controllare e monetizzare l'accesso ai propri contenuti. La piattaforma non ha ancora trovato trazione su larga scala, e l'azienda sta lavorando ai "protocolli e infrastrutture per reggere il volume che richiederà". Nel frattempo, i prodotti AI di Google hanno raggiunto miliardi di utenti, alimentando ulteriormente la quota di traffico automatizzato.
Quando più della metà del traffico non è umano, cambiano le metriche su cui si regge l'economia del web: visite, impression, engagement richiedono tutti una nuova calibrazione.
Cath Ellis, pro-rettrice della Western Sydney University, ha scritto un pezzo d'opinione per il Sydney Morning Herald usando Microsoft Copilot senza dichiararlo. L'ammissione è arrivata dopo la pubblicazione — dall'università, non dalla diretta interessata — costringendo il quotidiano a rimuovere il pezzo. Il paradosso è stridente: l'articolo sosteneva che gli studenti non dovrebbero tagliare i corner usando i modelli linguistici per compiti e tesi.
Il caso punta alla frattura profonda che attraversa l'Australia sul tema. Tredici virgola sei milioni di australiani sopra i 14 anni — il 58% della popolazione — usano l'AI ogni mese, con punte del 74% nella fascia 25-34 anni e del 72% nella fascia 35-49. Eppure solo il 4% dichiara di fidarsi dell'AI, secondo un'indagine dell'Office of the Australian Information Commissioner pubblicata a maggio 2026 — percentuale equivalente a quella dei data broker e appena un punto sopra i social media. La stessa indagine rileva che il 79% degli australiani vuole sapere quando l'AI è in uso, percentuale salita dal 73% del 2023.

Il tema non riguarda solo la stampa. Sempre nella prima settimana di giugno 2026, Fair Work Australia ha chiesto nuovi poteri per respingere ricorsi lavorativi presentati con l'AI in modo palesemente automatizzato. La domanda di trasparenza cresce; la disclosure rimane volontaria e spesso assente.
Jess Asato, deputata laburista britannica, ha depositato un ricorso all'Alta Corte di Londra contro xAI — ora sussidiaria di SpaceX — sostenendo che il chatbot Grok ha generato immagini sessuali false che la ritraggono e un video che la mostra vittima di violenza sessuale. La domanda cita violazioni delle leggi sulla protezione dei dati e sul misuso di informazioni private.
Il premier britannico Keir Starmer ha dichiarato pieno appoggio all'azione legale: "Sono al cento per cento dalla parte dell'azione che ha intrapreso. Dobbiamo anche affermare chi siamo come Paese, perché Musk sta di nuovo interferendo nella nostra politica, cercando di alimentare divisioni. Non è questo che siamo in Gran Bretagna." Il governo aveva già affrontato la questione Grok mesi prima per arginare un flusso di immagini sessualizzate, alcune relative a bambini.
L'episodio ha avuto ricadute anche sulle forze dell'ordine: la Hampshire Police Federation ha sospeso i propri canali social dopo un'ondata di troll e sistemi AI che scandagliavano le piattaforme per raccogliere informazioni sugli agenti a scopo intimidatorio, con diversi ufficiali costretti a lasciare le proprie abitazioni per motivi di sicurezza.
Il 58% degli australiani usa l'AI ogni mese ma solo il 4% si fida del settore che usa: uno scarto di 54 punti percentuali che vale la pena rendere esplicito. Su 100 australiani che usano l'AI, circa 93 non considerano affidabile la tecnologia che adoperano. Non è sfiducia nell'utilità; è sfiducia nella capacità delle istituzioni di usarla responsabilmente.
I tre episodi di inizio giugno 2026 confermano la diagnosi da angolazioni diverse. Il traffico bot che supera quello umano non è un problema tecnico isolato: trasforma l'economia del web e ridefinisce chi paga per accedervi. Un pro-rettore che usa l'AI per argomentare contro l'AI degli studenti non è un'ironia casuale: è il segnale che anche chi guida il dibattito tende a evitare la trasparenza quando è scomoda. Un chatbot che genera video di violenza sessuale contro una parlamentare non è un bug di nicchia: è una vulnerabilità sistemica che i governi, in assenza di strumenti regolatori adeguati, stanno cercando di affrontare per via giudiziaria.
Il caso Asato mostra quanto sia lunga la distanza tra la tutela auspicata e quella effettivamente disponibile: senza norme specifiche sui contenuti generativi, si ricorre al diritto della privacy. Finché la disclosure rimarrà facoltativa, ogni nuovo episodio di abuso consoliderà quel 96% di sfiducia che — per semplice inversione del 4% registrato dall'indagine OAIC di maggio 2026 — è già la posizione di partenza della maggioranza degli australiani verso il settore.