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La notizia che Demis Hassabis lascia la gestione operativa di Google DeepMind chiude un capitolo e ne apre uno molto diverso. Non è solo un avvicendamento manageriale: è il segnale che la fase pionieristica dell’intelligenza artificiale — quella dei Nobel e dei giochi da tavolo imbattibili — cede il passo alla resa dei conti commerciale. Con 132 miliardi di dollari di utile netto alle spalle, Google ha i mezzi per restare in corsa. La domanda è se ne abbia ancora la visione. DeepMind non è più il laboratorio che nel 2014 Hassabis portò in dote a Google: è un asset che deve performare.
Un dato aiuta a misurare la pressione del momento: in una finestra di appena due mesi — tra giugno e agosto 2026 — l’azienda ha perso almeno cinque figure di peso tra ricercatori e dirigenti, contando Noam Shazeer (passato a OpenAI a giugno), il dipendente dimessosi a metà luglio per il coinvolgimento con il Pentagono, e il terzetto Jeff Dean più altri tre ricercatori diretti a fondare una startup. Una concentrazione di addii che rende concreto il campanello d’allarme di chi parla di “fine di un’era”.
A prendere le redini operative è Koray Kavukcuoglu, figura tecnica con base negli Stati Uniti, non un leader carismatico come Hassabis. Un ex dirigente Google lo dice senza giri di parole: «L’era di DeepMind come attore indipendente è finita». Aggiunge che per Google e Hassabis è «irritante» vedere i modelli Gemini perdere terreno rispetto ai concorrenti Anthropic e OpenAI.
Il passaggio di consegne diventa così il sintomo di una tensione più ampia. Da una parte la necessità di monetizzare investimenti colossali, dall’altra il malessere interno di chi lavorava all’ombra di un fondatore che aveva promesso un’IA al servizio dell’umanità. A metà luglio 2026 un dipendente si è dimesso per il coinvolgimento di Google con il Pentagono. Rosa Curling, direttrice di Foxglove, avverte che l’addio di Hassabis «rischia di aumentare la preoccupazione tra i ricercatori su come il loro lavoro verrà utilizzato nel mondo reale».
Non è solo il fondatore a fare un passo indietro. Jeff Dean, veterano di Google, lascia per fondare una startup insieme ad altri tre ricercatori di punta. A giugno 2026 OpenAI aveva già portato via Noam Shazeer, coautore del paper del 2017 che ha reso possibili i chatbot moderni. Jeremy Nixon, ex ricercatore AI di Google, sintetizza così la crisi: «Non è più vero che se vuoi lavorare con i più grandi ricercatori del pianeta vai a Google DeepMind».

Qui emerge un paradosso che le cifre da sole non spiegano: Google ha generato 132 miliardi di dollari di utile netto, risorse che sulla carta basterebbero a offrire condizioni imbattibili a qualsiasi ricercatore. Eppure il denaro non ha fermato l’uscita di Shazeer verso OpenAI né impedito a Dean di creare una propria startup. Il vero fattore di attrazione, suggeriscono le dichiarazioni degli ex dipendenti, non è più lo stipendio ma la percezione di poter lavorare a una ricerca libera da compromessi commerciali e militari — proprio ciò che il nuovo assetto mette in discussione.
Hassabis diventa chairman di Google DeepMind e chief scientist di Alphabet, con l’obiettivo dichiarato di concentrarsi sul «quadro generale». Compreso il pressing per un’agenzia federale americana che valuti i modelli più avanzati prima del rilascio.
C’è una contraddizione difficile da ignorare. Mentre Hassabis ha spesso invocato uno sviluppo etico dell’IA, la collaborazione con il Pentagono e le dimissioni di dipendenti preoccupati mostrano la distanza tra la missione originaria e la realtà operativa.
Per il lettore comune, il cambio di passo ha una conseguenza diretta: i prodotti che già utilizza — Search, Cloud, YouTube — diventeranno sempre più il banco di prova dell’integrazione con Gemini. La logica commerciale spingerà a rilasciare funzionalità AI nel minor tempo possibile, con un controllo etico che rischia di restare affidato più alle parole pubbliche di Hassabis come “chief scientist” che a una reale governance interna. In altre parole, la garanzia che l’AI nei servizi Google rispetti i paletti invocati dallo stesso Hassabis dipenderà da un ruolo — quello di chairman e scienziato capo — che non ha più la leva operativa diretta sui team di sviluppo.
L’uscita del fondatore non è una rottura traumatica, ma il riconoscimento che la partita si gioca ormai su un altro tavolo. Meno scienza pura, più integrazione con i prodotti che Google usa per finanziare l’intera operazione. La prossima mossa spetta a Kavukcuoglu. E ai bilanci.