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Google ha spedito il primo chip AI nello spazio, ma il conto per renderlo sostenibile è tutt'altro che chiuso. Il 1° ottobre 2026 il prototipo di Project Suncatcher è partito dalla Vandenberg Space Force Base, in California, a bordo della missione Transporter-18 di SpaceX: quattro TPU Trillium, un kilowatt di pannelli solari, un anno di test. Il white paper peer-reviewed pubblicato su Joule sposta però l'attenzione dal silicio ai razzi: per alimentare una vera rete di data center orbitali servirebbero 1.800 lanci di Starship in dieci anni. Il chip funziona; il collo di bottiglia è il vettore.
Non è un data center, è un banco di prova. Costruito da Planet Labs, il satellite contiene quattro Tensor Processing Unit di generazione Trillium con una potenza di calcolo paragonabile a quella di un singolo server AI terrestre. I pannelli solari forniscono circa 1 kilowatt, più o meno l'energia di un asciugacapelli. Le sessioni operative durano 15 minuti, durante i quali i chip eseguono richieste al modello Gemini inviate da terra; poi si spengono per raffreddarsi.
La missione durerà 12 mesi. Nel 2027 Google prevede di lanciare una coppia di satelliti più potenti e collegati via laser, per testare le comunicazioni ottiche tra un'unità e l'altra. L'orizzonte finale è una formazione di 81 satelliti che elaborano in parallelo. Sul fronte della durata complessiva, le fonti divergono: TecnoAndroid parla di 6 anni in orbita, mentre TechCrunch — riferendosi ai test sulle radiazioni — assume una vita utile di 5 anni. La durata operativa è invece concorde: 12 mesi.
Sulla Terra Google ha già bombardato le TPU con protoni, applicando una dose di radiazioni ionizzanti superiore a quella attesa per una missione di cinque anni. Travis Beals, executive che gestisce Project Suncatcher, sintetizza la logica del volo: "We've done testing on the ground, but you know, there's no test that's completely as good as the real thing".
In orbita il problema più delicato è il raffreddamento. Nel vuoto le ventole non funzionano e il calore va smaltito per irraggiamento, con un sistema a strati di alluminio e rame. Le sessioni da 15 minuti servono proprio a non stressare la gestione termica. Il terzo test riguarda la resistenza alle vibrazioni e alle accelerazioni del lancio. Sul fronte degli errori, Beals è netto: "The error rate is very low if you're thinking about typical inference operations, right? Like one in a million. On the other hand, it was already problematic for doing, say, some mega-scale training run where you're going to have many thousands of chips running for months". L'inferenza in orbita può funzionare; l'addestramento su larga scala no.

Il numero decisivo dell'operazione è 1.800. Secondo il paper pubblicato su Joule, portare in orbita 370.000 tonnellate di payload — la quantità che, sulla scia della learning curve del 20% annuo di SpaceX dai tempi del razzo Falcon 1, porterebbe il prezzo di lancio verso i 200 dollari per chilogrammo entro il 2035 — richiede circa 1.800 lanci in dieci anni, ipotizzando 200 tonnellate metriche per missione. Il calcolo è elementare: 1.800 diviso 10 fa 180 lanci all'anno.
Solo che Starship non ha mai volato più di 5 volte in un anno. Tradotto: servirebbe un ritmo 36 volte superiore al massimo storico perché l'infrastruttura immaginata da Google diventi sostenibile. Elon Musk ha parlato di un ritmo orario nel 2029. Google, dal canto suo, è anche un grande investitore di SpaceX: costruisce la propria infrastruttura orbitale sulla disponibilità di un vettore che non controlla.
Google non sta costruendo per i carichi di lavoro di oggi, ma per quelli che esisteranno tra cinque anni. Beals lo dice senza giri di parole: "The bandwidth and the latency between TPUs really, really matters when you're trying to run a multi-rack workload… we're trying to look ahead to not just what workloads exist today, but where they will be in five years". Le TPU in orbita devono insomma comunicare tra loro a velocità e latenze che oggi non esistono.
Nel frattempo il quadro competitivo corre più veloce dei razzi. SpaceX ha presentato all'FCC una proposta per una costellazione di 1 milione di satelliti dedicata ai data center AI, controlla già 11.000 dei circa 16.000 satelliti operativi intorno alla Terra e sta costruendo uno stabilimento da 1 milione di metri quadrati a Bastrop, Texas per i satelliti Starmind AI1 da 120 kilowatt, con l'obiettivo dichiarato di arrivare a 1 gigawatt di capacità in orbita entro la fine del 2027.
Maria Biggs, director of engineering di Google, riassume così la posta in gioco: "Project Suncatcher is a simple idea: How can we efficiently scale AI infrastructure, through orbital data centres by leveraging the abundant energy that we can get from the Sun". In orbita bassa — tra i 200 e i 2.000 chilometri — i pannelli solari possono ricevere fino a 8 volte più energia rispetto a un impianto terrestre. Il problema non è la fonte: è portare lì l'hardware. E per farlo servono razzi che oggi nessuno ha dimostrato di saper far volare a quel ritmo.