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Hachette, Cengage, Elsevier e lo scrittore Scott Turow hanno depositato il 14 luglio 2026 una class action contro Google per l’addestramento di Gemini. L’accusa: aver usato milioni di libri protetti da copyright senza autorizzazione, definendo l’operazione «una delle violazioni più prolifiche di materiali protetti da copyright della storia». Con multe stimate internamente fino a 100 miliardi di dollari, il caso si inserisce in un conflitto che sta ridefinendo il confine tra fair use e sfruttamento commerciale nell’IA.
I ricorrenti – che includono anche S.C.R.I.B.E. – sostengono che Google abbia copiato opere fornite per servizi a scopo limitato, come Google Books, Google Play Books e Google Scholar, per alimentare i modelli Gemini. Nessuna di quelle piattaforme concedeva il permesso di addestrare un’intelligenza artificiale commerciale. Secondo la causa, Google avrebbe rimosso o alterato le informazioni sul copyright per «nascondere che i suoi modelli Gemini erano stati addestrati su materiale rubato».
Il rapporto tra editori e Google dura da anni: i libri erano stati condivisi per rendere ricercabili brevi estratti o per venderli in formato digitale, mai per costruire sistemi di generazione automatica di testi. La denuncia cita un documento interno di Google che definiva l’uso di opere protette «altamente problematico» e ipotizzava sanzioni comprese tra 10 e 100 miliardi di dollari.
La causa arriva in un momento in cui le corti statunitensi stanno producendo risposte divergenti. Due prime decisioni in California hanno dato ragione alle aziende di IA, considerando l’addestramento su opere coperte da copyright un «fair use» secondo una legge che non è stata aggiornata dall’era pre-internet. Anthropic, tuttavia, è stata condannata a pagare 1,5 miliardi di dollari per aver piratato i libri usati nell’addestramento – il risarcimento più alto nella storia del copyright americano. Circa 500.000 scrittori avevano diritto ad almeno 3.000 dollari ciascuno, ma molti hanno rinunciato per proseguire azioni legali più ampie.
Il nuovo procedimento è stato depositato presso la Corte Distrettuale del Southern District of New York, non in California. Questo dà a un giudice diverso la possibilità di valutare il confine tra uso lecito e violazione, tenendo conto del rapporto contrattuale preesistente tra Google e gli editori.

La denuncia contiene un esempio concreto dell’impatto temuto: Gemini può generare un giallo di 100 pagine in 20 minuti al costo di 0,39 dollari, una concorrenza insostenibile per chi scrive e pubblica libri originali. Tra le opere che sarebbero state usate senza permesso figurano The Fifth Season di N.K. Jemisin e Who Could That Be at This Hour? di Lemony Snicket.
I querelanti chiedono danni statutari, un’ingiunzione permanente che blocchi ogni ulteriore violazione e la distruzione di tutte le copie non autorizzate utilizzate per l’addestramento. La richiesta si somma a un precedente tentativo di Hachette e Cengage di unirsi a una causa per copyright del 2023 contro Google, osteggiato dall’azienda e ora rilanciato con un’azione autonoma.
Il primo segnale è il cambio di giurisdizione: uscire dalla California, dove due corti hanno già sposato la tesi del fair use, sposta il baricentro legale in un distretto che dovrà soppesare le licenze limitate concesse dagli editori. Non si tratta più soltanto di stabilire se l’addestramento sia fair use in astratto, ma se violi accordi commerciali preesistenti.
Il secondo è l’enorme forbice delle possibili sanzioni interne citate nella causa. Considerando che Google stessa avrebbe quantificato il rischio in decine di miliardi di dollari, il costo potenziale per l’azienda è di ordini di grandezza superiore a qualsiasi multa comminata finora nel settore. Se il tribunale dovesse accogliere la tesi degli editori, la cifra finale potrebbe diventare un punto di svolta per l’intera industria dell’IA generativa.
Il terzo riguarda il modello di business. L’esempio dei 39 centesimi per un romanzo generato in automatico non è un’iperbole giudiziaria: indica un conflitto strutturale tra piattaforme capaci di produrre contenuti a costo quasi zero e un ecosistema editoriale che vive di diritti. Qualunque sia l’esito, la causa costringe l’intera filiera a chiedersi se le attuali regole sul copyright siano in grado di governare un mercato dove la creazione sintetica compete direttamente con le opere protette.