Physical Address
304 North Cardinal St.
Dorchester Center, MA 02124
Physical Address
304 North Cardinal St.
Dorchester Center, MA 02124

Bastava una singola query per enumerare 6.800 link di condivisione creati dagli utenti di Meta Muse. Il difetto non era una falla crittografica ma una scelta di design: il titolo della conversazione finiva nel sottodominio del link, dove i registri DNS pubblici lo archiviano e lo rendono cercabile. Meta ha sospeso la funzione, l'ha corretta e l'ha riattivata in pochi giorni; secondo The Verge, gli artifact condivisi prima della correzione hanno ottenuto un nuovo URL. Resta il nodo vero: la vicenda scalfisce la promessa di un assistente "built from the ground up for privacy and security", come lo aveva presentato Mark Zuckerberg.
I link di condivisione di Muse usano tutti il dominio cf.metaaiusercontent.com e antepongono al sottodominio il titolo della conversazione, seguito da una lunga stringa di testo. È proprio quest'ultima scelta a rendere i link scopribili: i registri DNS pubblici si popolano nel momento in cui qualcuno apre l'indirizzo, e da lì chiunque può cercarli con una ricerca DNS passiva. Claroc, la società di sicurezza che ha fatto la scoperta, li ha battezzati GhostShares: pagine che si aprono per persone a cui il link non è mai stato consegnato. "Se ce l'aveste chiesto prima, avremmo immaginato che raccoglierli richiedesse uno sforzo reale. È bastata una query", hanno scritto i ricercatori.
I ricercatori hanno aperto poche centinaia dei 6.800 link individuati e hanno trovato materiale chiaramente non destinato al pubblico. Tra i casi documentati:

Qui le fonti divergono, e la differenza conta. WIRED descrive il problema come esposizione di conversazioni condivise tramite link; Meta, secondo The Verge, sostiene che il difetto riguardava gli URL degli artifact condivisi — documenti e immagini dentro Muse — e non la condivisione delle chat. La distinzione non è cosmetica: cambia la platea di utenti potenzialmente coinvolti e il perimetro della correzione annunciata.
David Singleton, dirigente di Meta, ha scritto su X che "the underlying issue is now fixed, and sharing is back on". Chi aveva condiviso un artifact prima della correzione ora ha un nuovo URL; chi visita il vecchio link trova un avviso che invita a chiedere il nuovo indirizzo all'autore. "Protecting user data has to come first", ha aggiunto Singleton, riconoscendo il disagio per l'interruzione del servizio.
Il caso va letto insieme ad altri tasselli. Asaf Aprozper, cofondatore e CTO di Claroc, ha segnalato il problema l'8 ottobre attraverso il programma bug bounty di Meta, provando anche a contattare l'azienda su LinkedIn senza ottenere risposta; la sospensione è arrivata solo dopo le domande di Ars Technica, martedì 20 ottobre. Tra le due date sono passati 12 giorni. Muse, intanto, sembra essere più di un semplice chatbot: secondo WIRED compila moduli, prenota appuntamenti, fa acquisti e richiede accesso alla maggior parte degli account dell'utente. Tre settimane dopo il lancio, l'esperto di sicurezza macOS Patrick Wardle aveva già individuato una zero-day che permetteva a un'altra app installata sullo stesso dispositivo di prendere il controllo completo dell'account.
Per gli artifact condivisi prima della correzione, il vecchio link non funziona più e va richiesto il nuovo all'autore. Per Meta la domanda aperta è un'altra: se basta il titolo di un contenuto a trasformare un link privato in una pagina pubblica e indicizzabile, quante altre scelte di design di Muse sono state fatte pensando alla comodità prima che alla riservatezza?