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A partire dal 7 luglio il nuovo generatore di immagini Muse Image di Meta può attingere ai volti e ai contenuti dei profili Instagram pubblici per creare immagini sintetiche, senza che gli utenti ricevano alcuna notifica. La funzione è attiva in modo predefinito per tutti gli account pubblici e ha già fatto scattare l’allarme tra avvocati della privacy e associazioni per i diritti digitali.
Muse Image permette a chiunque di taggare un profilo Instagram pubblico e usare le foto presenti nei post e nei reel come materiale sorgente per generare nuove immagini. Lo strumento può combinare più elementi in un unico prompt: il volto di una persona, uno stile visivo, un oggetto, un ambiente. Meta lo descrive come il suo “modello di generazione di immagini più avanzato di sempre” , pensato per usi che vanno dalla ricerca di outfit alla modifica creativa di foto di paesaggi.
Restano automaticamente esclusi dalla funzione gli account privati e quelli appartenenti a minori di 18 anni. Nessuna protezione automatica, invece, per adulti con profilo pubblico: le loro immagini entrano nel bacino di dati utilizzabile da chiunque utilizzi lo strumento, disponibile al momento nell’app Meta AI, nelle Storie di Instagram negli Stati Uniti e su WhatsApp in un numero ristretto di Paesi.
La scelta di un modello opt-out anziché opt-in ha concentrato le critiche. Thorin Klosowski, senior security and privacy activist presso la Electronic Frontier Foundation, sintetizza così la questione: “Questo è il tipo di impostazione che dovrebbe essere assolutamente opt-in per gli utenti di Instagram. È un uso nuovo delle foto che le persone pubblicano da anni, e di certo non era nei pensieri di nessuno quando hanno aperto il proprio account.”
La società di cybersicurezza Malwarebytes, in un post pubblicato il 9 luglio, definisce la disattivazione del riutilizzo dei contenuti “un’avventura a sé” : l’interruttore è sepolto in una sottosezione delle impostazioni, con stati “on” e “off” visivamente quasi identici. Anche Proton rileva che “la condivisione dei dati è attiva in modo predefinito, l’opt-out è nascosto in profondità nelle impostazioni, e la reazione pubblica diventa il modo principale con cui gli utenti scoprono cosa è successo ai loro contenuti” .

Meta risponde che Muse Image è stato costruito “con controlli robusti e barriere di sicurezza fin dal primo giorno” e che l’azienda “interverrà contro qualsiasi contenuto che violi gli standard della comunità” . Resta però un precedente che pesa: nel 2019 la Federal Trade Commission inflisse a Facebook una multa da 5 miliardi di dollari per aver violato un ordine del 2012 che imponeva trasparenza sul controllo dei dati personali. All’origine della sanzione c’era lo scandalo Cambridge Analytica, che espose i dati di 87 milioni di utenti raccolti senza consenso esplicito.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 35% degli intervistati si dice più preoccupato che entusiasta per la crescente diffusione dell’intelligenza artificiale. Un clima di scetticismo che Muse Image non sembra destinato a placare.
Per chi vuole mantenere il profilo pubblico ma bloccare l’uso dei propri contenuti da parte di Muse Image, i passaggi sono questi:
L’alternativa più drastica, ma anche più sicura, resta passare l’intero account da pubblico a privato: in questo modo nessuno strumento esterno potrà accedere ai contenuti.
La dinamica è quella già vista con altre funzionalità introdotte da Meta negli ultimi anni: un nuovo strumento potenzialmente dirompente viene attivato in modo predefinito, le impostazioni per limitarlo sono collocate in percorsi poco visibili, e la consapevolezza degli utenti arriva solo quando la polemica è già esplosa. Per Muse Image, la combinazione tra generazione di volti, assenza di notifiche e possibilità di tagging da parte di sconosciuti apre un fronte delicato: quello della manipolazione non consensuale delle immagini, un rischio che nessuna “barriera di sicurezza” a posteriori può eliminare del tutto se il materiale sorgente è già stato prelevato.
Disattivare l’interruttore oggi è l’unica barriera disponibile. Meta prevede già di estendere Muse Image a Facebook e di offrire funzionalità simili per i video. Chi ha un profilo pubblico farebbe bene a controllare le impostazioni prima che l’espansione renda il problema ancora più difficile da contenere.