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OpenAI ha avviato colloqui preliminari per trasferire una partecipazione del 5% al governo degli Stati Uniti. L’iniziativa, spinta dal CEO Sam Altman, punta a far condividere ai cittadini i benefici economici dell’intelligenza artificiale e a distendere i rapporti con l’amministrazione Trump. Su una valutazione attuale di 852 miliardi di dollari, la quota avrebbe un controvalore di circa 42,6 miliardi di dollari – una cifra destinata a salire se, come ipotizzato da alcuni investitori, la futura quotazione in Borsa porterà la società oltre il trilione di dollari.
L’accordo, ancora in fase concettuale, coinvolgerebbe anche altri grandi sviluppatori di IA americani e potrebbe tradursi in un fondo sovrano pubblico che distribuisca dividendi a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro accesso ai mercati finanziari.
La proposta prevede che le principali società statunitensi di IA cedano ciascuna il 5% del proprio capitale a un veicolo di investimento simile all’Alaska Permanent Fund, il fondo che da decenni trasforma i ricavi petroliferi in dividendi per i residenti dello Stato. Altman e altri dirigenti di OpenAI ritengono che questo meccanismo sia il modo più efficace per distribuire la ricchezza generata dall’IA a chi oggi rischia di restarne escluso.
Il progetto, riportato dal Financial Times e confermato da più fonti, prevede che nel fondo confluiscano le quote di realtà come Anthropic, Google e Meta, anche se al momento non è chiaro se queste aziende accetteranno. L’operazione avrebbe bisogno di un atto del Congresso per essere attuata, un passaggio che introduce una variabile politica non trascurabile.
La mossa arriva in un momento di crescente scrutinio governativo sul settore. A giugno il governo aveva ordinato ad Anthropic di sospendere l’accesso ai suoi modelli più avanzati per cittadini stranieri, limitazione revocata dopo l’accordo su nuovi protocolli di sicurezza. OpenAI stessa aveva rinviato il lancio completo di GPT-5.6 su richiesta delle autorità.
In questo clima, Altman ha moltiplicato i contatti trasversali. Ha discusso la cessione della quota direttamente con il presidente Donald Trump, con il segretario al Commercio Howard Lutnick e con il segretario al Tesoro Scott Bessent. Nelle ultime settimane ha parlato anche con il senatore democratico Bernie Sanders, che da tempo spinge per una tassa una tantum del 50% sul capitale delle maggiori aziende di IA, sempre da convogliare in un fondo sovrano.
L’interesse bipartisan segnala che la questione della proprietà pubblica dell’IA sta scavalcando le tradizionali divisioni politiche. OpenAI del resto non è nuova a queste aperture: già ad aprile aveva proposto un “fondo di ricchezza pubblica” per dare a ogni cittadino una partecipazione alla crescita trainata dall’IA.
Sia OpenAI sia Anthropic stanno preparando le offerte pubbliche iniziali. Secondo il Guardian, alcuni investitori attribuiscono a entrambe valutazioni potenziali superiori a 1 trilione di dollari. Se quei numeri fossero confermati, il 5% varrebbe fino a 50 miliardi di dollari, ben più della stima attuale di 42,6 miliardi. La differenza tra le cifre non è irrilevante: FIRSTonline parla di una valutazione odierna di 852 miliardi, mentre The Guardian cita le attese di mercato per il momento del collocamento. Qualunque sia il valore finale, l’idea di un dividendo digitale distribuito a tutti i cittadini si scontra con l’incognita sulla reale disponibilità delle altre aziende.
Strutturare una partecipazione pubblica nel capitale di imprese private non è inedito per l’amministrazione Trump: il governo ha già ottenuto una quota del 10% in Intel a fronte di un investimento da 8,9 miliardi di dollari, segno di un approccio statale più attivo in settori giudicati strategici.
Il piano di OpenAI incrocia due tendenze: la necessità delle big tech di ottenere copertura politica e la pressione redistributiva che sale da più parti. Se uscirà dalla fase concettuale, sarà il primo esperimento su larga scala di co-gestione pubblico-privata dell’infrastruttura digitale più rilevante del prossimo decennio.