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La risposta di OpenAI alla causa per appropriazione indebita di segreti commerciali è arrivata in due momenti: il 10 luglio con una dichiarazione netta — «Non abbiamo alcun interesse per i segreti commerciali di altre aziende» — e il 14 luglio con una dichiarazione ufficiale più articolata. Ma il vero scontro non si gioca nelle aule del tribunale federale della California settentrionale. La maxi-denuncia da 41 pagine depositata da Apple il 10 luglio punta dritto al cuore del progetto più ambizioso (e costoso) di Sam Altman: costruire il primo dispositivo hardware targato OpenAI, il potenziale concorrente diretto dell’iPhone atteso per il 2027.
Al centro della denuncia ci sono tre nomi: Tang Tan, ex vicepresidente di Apple Watch e del product design per iPhone e Apple Watch con 24 anni di anzianità a Cupertino e oggi Chief Hardware Officer di OpenAI; Chang Liu, systems electrical engineer per iPhone per 8 anni prima del passaggio a OpenAI; e Yu-Ting “Alyssa” Peng, anche lei transitata dalla Mela alla startup di Altman.
Secondo il ricorso, Tan avrebbe chiesto a candidati ancora assunti da Apple di presentarsi ai colloqui con «componenti reali» per sessioni di show and tell e avrebbe istruito i nuovi arrivati su come aggirare le procedure di sicurezza anti-esfiltrazione di Cupertino. Liu, invece, avrebbe sottratto informazioni riservate da Apple dopo aver rassegnato le dimissioni. Apple parla di un «modello di furto» esteso a ogni livello, dalla manodopera tecnica fino alla dirigenza hardware.
OpenAI ha respinto ogni addebito con una dichiarazione ufficiale pubblicata su X da Drew Pusateri, Direttore delle Comunicazioni Strategiche:
«While we take these allegations seriously, we’re not aware of any evidence that this complaint has merit. We believe in fair competition and allowing people the freedom to work wherever they choose, and we’re focused on building innovative technology that empowers people everywhere.»
Sam Altman, su X, ha aggiunto un commento personale: «i am not afraid of apple, but i have tremendous respect for them. s-tier company.»
La linea difensiva poggia su un principio semplice: assumere talenti da un concorrente è legale e fisiologico nella Silicon Valley. Il professor Haibing Lu della Santa Clara University conferma che le accuse di Apple «non sono uniche, è abbastanza comune nella Silicon Valley». Anche Michael Barnhart, threat researcher di DTEX, descrive il modus operandi come «molto ordinario in termini di minacce interne».
I numeri del fenomeno migratorio sono imponenti: OpenAI oggi conta oltre 400 ex dipendenti Apple, molti dei quali strappati ai team di iPhone, Apple Watch e AirPods con pacchetti retributivi generosi. Apple ha risposto con bonus di retention «insolitamente elevati» e con l’invio diretto di dirigenti a convincere gli ingegneri senior a restare.

La mossa decisiva, però, è stata l’acquisizione nel 2025 di io Products, la startup hardware fondata da Jony Ive, ex capo del design Apple e padre estetico dell’iPhone. Il prezzo: 6,5 miliardi di dollari. Da quell’operazione è nata la divisione hardware di OpenAI, con Tang Tan al comando e Ive come consulente di design.
La tempistica della denuncia non è casuale. OpenAI ha già annunciato l’intenzione di mostrare il suo primo dispositivo entro il 2026 e di lanciarlo nel 2027: secondo Bloomberg, si tratterebbe di uno smart speaker mobile senza schermo, pensato per competere direttamente nell’ecosistema dei dispositivi personali dominato da Apple.
Mark Gurman, analista di Bloomberg, ha scritto che la causa ha già raggiunto un obiettivo importante: «rallentare l’avanzata dell’azienda che vuole inaugurare l’era post-iPhone». Anche senza un verdetto, il contenzioso produce effetti immediati: i dipendenti Apple sono più restii a trasferirsi, i manager OpenAI evitano domande approfondite sul passato lavorativo dei neoassunti, i fornitori asiatici possono esitare a collaborare con una società sotto inchiesta per furto di proprietà intellettuale.
Avery Williams, co-responsabile della practice sui segreti commerciali di McKool Smith, riassume così la situazione:
«It’s never fantastic to get sued by Apple when you’re trying to IPO. Apple is a tenacious litigant … They do not tend to back down.»
E la quotazione in Borsa, con il deposito confidenziale del Form S-1 già avvenuto a giugno 2026, è l’altro fronte caldo per OpenAI, alle prese con la pressione degli investitori per raggiungere la redditività.
Gli esperti legali consultati da The Verge concordano su un punto: il caso non è insolito nella sostanza, ma è la scala dei protagonisti a renderlo esplosivo. «Non è tanto una causa sull’AI quanto una causa contro un’azienda di AI», dice Williams. Alex Terepka, founding partner di Watstein Terepka LLP, prevede un contenzioso lungo: «Apple and OpenAI are going to be in this for the long haul».
Nel frattempo, OpenAI deve fare i conti con un paradosso: l’azienda che dal 2024 integra ChatGPT negli iPhone (accordo che la stessa Apple definisce «non rilevante» ai fini della causa) è oggi indicata come il nemico numero uno della proprietà intellettuale di Cupertino. La frattura è consumata. E il primo round, prima ancora che un giudice si esprima, lo ha vinto Apple: il progetto hardware OpenAI è sotto i riflettori, rallentato da procedure legali, diffidenza dei fornitori e un clima interno che rischia di sterilizzare il vantaggio competitivo dei 400 talenti strappati alla Mela.