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Più del 60% degli Stati Uniti contigui è in siccità nel giugno 2026 — la maggiore estensione primaverile della storia moderna. Nonostante questo, 517 dei 809 data center AI pianificati nel paese sorgeranno in aree rimaste costantemente in stato di siccità nell'arco dell'ultimo anno, secondo un'analisi del Guardian basata su dati federali e della società Cleanview. Calcolando il rapporto esatto, si tratta del 63,9% dell'infrastruttura AI futura — quasi due terzi — costruita là dove l'acqua è già sotto pressione. Non è una coincidenza: è il risultato di incentivi economici che scaricano il costo idrico sulle comunità locali.
Raffreddare le file di server di un grande data center richiede quantità d'acqua difficili da immaginare. Un impianto di grandi dimensioni può arrivare a 5 milioni di galloni al giorno, l'equivalente del fabbisogno idrico di 50.000 persone. Su scala nazionale, la domanda dei data center statunitensi è passata da 17 miliardi di galloni l'anno nel 2023 a una proiezione di 73 miliardi entro il 2028 — un incremento del 329% in cinque anni, calcolabile direttamente dai dati riportati dal Guardian.
La misura più immediata è quella individuale: ogni 100 parole generate da un modello AI consumano circa una bottiglia da 500 ml d'acqua per il raffreddamento dei server. Moltiplicare quel dato per i miliardi di richieste quotidiane restituisce la reale dimensione del problema.
Lo stesso vale sul fronte elettrico. Gli USA ospitano già oltre 4.000 data center — più di qualsiasi altro paese — e nel 2023 hanno consumato il 4,4% dell'elettricità nazionale, pari a 176 terawattora. Le proiezioni indicano una quota del 12% entro il 2028. Il solo stato della Virginia, con oltre 600 impianti, ha assorbito il 26% dell'intera elettricità prodotta in loco nel 2023.
Aziende come Google, Meta, Microsoft e Amazon versano miliardi in nuovi impianti e puntano spesso su zone aride e poco abitate, dove i terreni costano meno e le agevolazioni fiscali sono generose. I climi secchi riducono anche la corrosione delle apparecchiature. Nessuno di questi calcoli include il costo idrico che il distretto agricolo o la comunità limitrofa pagherà.
In Utah, nella contea di Box Elder, a maggio 2026 è stato approvato il Progetto Stratos: un complesso che si estende su circa 40.000 acri e potrebbe richiedere fino a 9 gigawatt di potenza. L'area è in siccità profonda dall'estate del 2025.

In Texas, i due principali nuovi data center sorgono nelle contee di Pecos e di Carson, entrambe colpite da siccità intensa. Ricercatori del settore stimano che i data center texani potrebbero coprire il 9% del consumo idrico totale dello stato entro il 2040, in un momento in cui le autorità idriche texane prevedono domanda crescente e offerta in calo.
In Louisiana, il progetto Hyperion di Meta adotta il raffreddamento a circuito chiuso, che riduce il consumo diretto dell'impianto. Alimentarlo richiede però l'energia equivalente di 10 centrali a gas, che a loro volta consumano grandi quantità d'acqua ed emettono gas serra. Meta ha dichiarato che il data center utilizzerà fino a 1 miliardo di galloni d'acqua l'anno da un acquifero attualmente destinato all'agricoltura, precisando che il consumo sarà inferiore a quello di un uso agricolo equivalente del terreno. Il confronto con l'agricoltura, però, evita la domanda più scomoda: quanta acqua resta nell'acquifero quando entrambe le domande aumentano simultaneamente.
La resistenza locale cresce in modo trasversale. Un sondaggio riportato dal Guardian mostra che il 70% degli americani non vuole vivere vicino a un data center. L'opposizione è più forte nelle aree rurali e conservatrici — un problema politicamente scomodo in un contesto in cui l'attuale amministrazione federale ha dichiarato apertamente il proprio sostegno all'industria AI.
Andrew Coppin, amministratore delegato di Ranchbot — azienda che aiuta gli allevatori a monitorare il consumo idrico — descrive la tensione senza eufemismi: «Agli allevatori viene detto di essere conservativi con l'acqua, di non sprecarla, e ora c'è un nuovo soggetto concorrente in grado di ottenere accesso praticamente illimitato all'acqua». E aggiunge: «I timori degli agricoltori sono reali e giustificati. I data center sono la moda del momento, ma non faremmo la scelta di poter fare la doccia solo il lunedì, il mercoledì e il sabato. Voglio dire, ChatGPT è uno strumento molto utile, ma la maggior parte della gente preferirebbe avere una bistecca se dovesse scegliere».
Sul fronte legislativo, California, Michigan e Iowa discutono obblighi di rendicontazione periodica sui consumi idrici; South Carolina e Kansas potrebbero imporre il raffreddamento a circuito chiuso; New York ha proposto una moratoria completa sui nuovi data center.
Il settore replica che agricoltura, irrigazione di prati e campi da golf consumano ancora molto di più dei data center. Christopher Dalbom, esperto di diritto delle risorse idriche alla Tulane University, sposta però la questione sul piano della governance: «Nell'est degli Stati Uniti abbiamo sempre dato per scontata l'abbondanza d'acqua, e i sistemi legali non sono strutturati per gestire la scarsità. Non possiamo semplicemente assumere che ai residenti verrà chiesto di ridurre il consumo mentre data center e centrali energetiche non lo faranno». Alla domanda concreta — «quando ci troveremo con una quantità limitata d'acqua disponibile, a chi la limiteremo per primi, ai residenti e alle imprese, o ai data center?» — nessuna legge esistente dà ancora risposta.
Un aumento del 329% della domanda idrica in cinque anni, in un paese dove la siccità primaverile ha già raggiunto la sua massima estensione storica, non è un problema che i quadri normativi attuali possono assorbire senza cambiamenti strutturali. La scelta su chi cederà l'acqua non ha ancora risposta formale. Nei cantieri di Utah, Texas e Louisiana, però, si sta già facendo per default.