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La corsa ai data center in Texas si scontra con i limiti fisici della rete elettrica. Il governatore Greg Abbott ha ordinato lunedì 4 agosto 2026 alla Public Utility Commission of Texas (PUCT) e al gestore di rete ERCOT di sottoporre ad audit ogni nuovo progetto di data center prima di autorizzare l’allacciamento. La mossa segna uno spartiacque per uno Stato che ha fatto della deregulation il suo marchio di fabbrica, attirando colossi come Google e Microsoft con promesse di energia abbondante e controlli leggeri.
I numeri di ERCOT raccontano un’accelerazione senza precedenti. A gennaio 2026 le richieste di connessione in attesa ammontavano a 233 gigawatt. In meno di sei mesi la cifra è più che raddoppiata, toccando ad agosto 474 GW. Di queste, circa il 90% proviene da data center. L’intera coda di interconnessione equivale a oltre cinque volte il picco storico di domanda elettrica registrato sulla rete texana.
Alcuni progetti sono poco più che manifestazioni d’interesse: gli sviluppatori si mettono in fila sapendo che i tempi di attesa si allungano e molti piani finiranno nel nulla. Ma anche solo una frazione di quelle richieste, se realizzata, metterebbe sotto stress una rete già sotto pressione. In Texas sono già operativi 335 data center e altri 248 risultano pianificati, il che rende lo Stato il secondo mercato statunitense del settore dopo la Virginia.
L’ordine esecutivo di Abbott impone a PUCT ed ERCOT di raccogliere un pacchetto dettagliato di informazioni per ogni richiesta di connessione. I data center dovranno dichiarare:

L’obiettivo dichiarato da Abbott è «keep the grid stable and reliable», mantenere la rete stabile e affidabile. Da mesi il governatore cercava di ottenere queste informazioni con un sondaggio volontario. La maggior parte degli operatori lo ha ignorato. La risposta è stata passare allo strumento coercitivo: senza audit, niente allacciamento.
Il Texas si è sempre distinto per un contesto regolatorio favorevole allo sviluppo: Houston non ha nemmeno un codice urbanistico. Ma i data center sono diventati un terreno di scontro politico in tutto il Paese. New York ha già introdotto una moratoria su questi impianti e la decisione texana, pur con strumenti diversi, si inserisce nello stesso solco.
A pesare sono anche i prezzi dell’elettricità. Il Texas vanta tariffe storicamente più basse della media nazionale, ma l’EIA segnala che data center e impianti di crypto mining le hanno spinte al rialzo. La capacità solare utility-scale è quadruplicata fra il 2021 e il 2025 e ha aiutato ERCOT a reggere l’urto della domanda crescente, ma la pressione resta altissima.
Per valutare la portata della stretta serve un calcolo semplice: con 474 GW in coda e un picco di domanda pari a un quinto di quel valore, anche una percentuale minima di progetti attivati comporterebbe un carico aggiuntivo che la rete attuale non può assorbire senza congestioni o blackout. L’audit non è un blocco assoluto — alcuni data center potranno comunque generare energia in proprio senza passare da ERCOT, e aree come El Paso restano fuori dalla giurisdizione del gestore —, ma introduce un filtro selettivo che rallenterà le approvazioni e alzerà il costo di ingresso per gli sviluppatori meno solidi.
Resta da capire se l’amministrazione Abbott userà i dati raccolti per negoziare condizioni più vantaggiose per la rete o per imporre un tetto di fatto alle nuove installazioni. In entrambi i casi, il Texas cessa di essere il porto franco dell’industria dei data center.