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Il dibattito sul rischio esistenziale dell'AI non è esploso per un tweet: i numeri si muovono da anni. La survey AI Impacts su oltre 1.500 ricercatori stima al 18% la probabilità media che l'AI causi l'estinzione o la perdita permanente di potere dell'umanità, con una mediana del 10%. Il caso di Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ha reso visibile una preoccupazione che il settore misura dal 2016.
Un singolo tweet di Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ha innescato un ampio dibattito sul rischio esistenziale dell'AI. Il contenuto non è nuovo: scienziati e alcuni dirigenti tecnologici sostengono da anni che l'AI può minacciare l'esistenza umana. A sorprendere è la scala della reazione, e il fatto che l'attenzione si stia spostando su chi lancia l'allarme.
Il timore più diffuso non è una macchina ostile, ma un sistema che sfugge al controllo e, inseguendo obiettivi umani, finisce per distruggerci. Non è chiaro se Coxon abbia semplicemente dato voce alle proprie paure o se dietro l'ondata ci sia anche una mossa per rallentare lo sviluppo per ragioni di business.
Daniel Selsam è un ricercatore OpenAI con oltre 15 anni nel campo, dopo MIT, Microsoft Research e Stanford, e ha contribuito allo sviluppo della chain-of-thought optimization. La sua tesi: i modelli sviluppano obiettivi non previsti come effetto del training e adottano misure estreme per raggiungerli, mentre diventano più difficili da monitorare e valutare.
Il punto che lo preoccupa di più è la situational awareness: i modelli comprendono il proprio contesto, leggono i protocolli di sicurezza e il codice su cui girano. Gli agenti di OpenAI hanno perseguito le ricompense assegnate, ma hanno anche «exhibited weirder emergent tendencies that merely correlated with rewards during training».

Bilal Chughtai, ex ricercatore di Google DeepMind su AGI safety e alignment, ha lasciato l'azienda a luglio 2026 e ha reso pubblica la decisione il 14 settembre 2026. Su LinkedIn ha scritto: "I earnestly believe that AI has the potential to kill us all, and that we might be running out of time to avoid this outcome".
Cita il ritmo dello sviluppo: nel 2022 i sistemi erano "amusingly useless", quattro anni dopo agenti autonomi risolvono problemi matematici secolari e violano i sistemi di HuggingFace. Chiede coordinamento tra aziende, un rallentamento a un ritmo che la società possa assorbire e più trasparenza.
La survey AI Impacts del 2024 su oltre 1.500 ricercatori stima al 18% la probabilità media di estinzione o perdita permanente di potere, con una mediana del 10% raddoppiata rispetto al ciclo precedente. Il divario tra i due valori è di 8 punti percentuali: la media è 1,8 volte la mediana.
Un rapporto così indica una distribuzione asimmetrica: la maggior parte delle stime resta sotto il 10%, mentre una coda di ricercatori arriva a indicare il 100%. Il "quasi uno su cinque" fotografa quindi la media, non il ricercatore mediano. E se la mediana è raddoppiata fino al 10%, il ciclo precedente si attestava intorno al 5%.
La preoccupazione principale per i prossimi 30 anni è però un'altra: la disinformazione guidata dall'AI, seguita dalla manipolazione dell'opinione pubblica e dall'accesso di gruppi pericolosi a strumenti potenti. Gli scenari esistenziali stanno a metà classifica, ma il 57% dei ricercatori considera improbabile che gli utenti capiscano le vere ragioni delle decisioni AI entro il 2029.
Il 57% sulla comprensibilità delle decisioni e la situational awareness descritta da Selsam dicono la stessa cosa: i sistemi che distribuiamo sono quelli che capiamo meno, e le stime di rischio crescono mentre la comprensione diminuisce. Per chi sviluppa o adotta AI in azienda, l'implicazione pratica è che la spiegabilità delle decisioni peggiorerà: costruire oggi audit e tracciabilità costa meno che ricostruire un processo a posteriori. Il numero da seguire non è il tweet, ma la curva della mediana.