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Bilal Chughtai ha lasciato Google DeepMind a luglio 2026 e ha reso pubblica la sua posizione solo lunedì 14 settembre. Non è la prima uscita da un laboratorio di frontiera, ma è la prima che arriva da chi lavorava su sicurezza e allineamento dell'AGI e che dice, senza giri di parole, che l'umanità potrebbe non fare in tempo a evitare la catastrofe. Letto insieme alle dimissioni di Jacob Coxon e alle stime di Evan Hubinger, il caso sposta il dibattito dal piano tecnico a quello della governance.
Chughtai ha annunciato l'uscita su X e LinkedIn spiegando di ritenere che l'IA possa uccidere tutti gli esseri umani e che il tempo per evitarlo si stia esaurendo. Google non ha risposto alle richieste di commento dei media, arrivate fuori dall'orario di lavoro.
Nel messaggio l'ex research engineer scrive: «Credo sinceramente che l'IA abbia il potenziale per uccidere tutti noi, e che potremmo avere poco tempo per evitare questo esito.» Il punto non è soltanto l'allarme, ma chi lo lancia: in DeepMind Chughtai si occupava di sicurezza e allineamento per l'intelligenza artificiale generale, e prima di andarsene aveva co-firmato research paper sul tema. Oggi lavora per BlueDot Impact, un'organizzazione non profit che forma professionisti di diversi settori sui rischi legati all'IA.
Il suo non è un appello a fermare la ricerca. Chughtai continua a ritenere possibile costruire un'IA sicura, ma sostiene che lo sviluppo vada adeguato a un ritmo che la società possa assorbire, così che i rischi emergenti siano affrontati prima di trasformarsi in danni estremi. Nel mirino c'è la dinamica di mercato: l'industria, dice, non deve trasformare la corsa tecnologica in una «gara frenetica tra aziende IA».
Il caso di Chughtai arriva dopo una serie di dimissioni di ricercatori che hanno lavorato nei laboratori più avanzati. In ordine di tempo:

Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha pubblicato un testo di 3.800 parole in cui chiede di ridurre la velocità con cui vengono sviluppate le tecnologie di IA più avanzate. La posizione ha ricevuto un sostegno inatteso: si sono allineati pubblicamente Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk di SpaceXAI, tre figure che di norma competono frontalmente. Altman ha rinnovato i propri avvertimenti, sottolineando che l'IA «deve sempre servire le persone».
La politica procede in direzione opposta. Donald Trump ha respinto le richieste di regolamentazione definendole un «hoax». Su posizioni speculari si muove Steve Bannon, podcaster conservatore e sostenitore del presidente: nel suo podcast di lunedì ha accusato le corporation tecnologiche di aver reso Trump riluttante a regolamentare, e ha chiesto al Congresso di non impedire ai singoli Stati di fissare propri standard di sicurezza. «The American people are not going to be supplicants to these tech oligarchs», ha detto. Martedì Bernie Sanders e lo stesso Bannon compariranno insieme a un evento a Washington per chiedere limiti ai sistemi di IA.
Chughtai ha lasciato DeepMind a luglio 2026 e ha parlato solo il 14 settembre: considerando il mese delle dimissioni e la data della dichiarazione pubblica, tra i due momenti passano tra le sei e le dieci settimane, a seconda di quando nel mese sia avvenuta l'uscita. Nello stesso arco sono arrivate la partenza di Coxon, la stima di Hubinger e il saggio di Amodei. Le dimissioni, in altri termini, seguono sempre la firma sui paper: chi conosce i sistemi dall'interno sceglie di parlare dopo averli lasciati, non mentre ci lavora.
Il secondo dato è politico. La richiesta di rallentamento arriva ora dai vertici delle aziende che costruiscono i sistemi, mentre l'opposizione più netta viene dalla Casa Bianca e l'alleanza più improbabile — Sanders e Bannon, su fronti opposti su tutto il resto — nasce proprio contro gli "oligarchi tech". Per chi lavora nel settore la conseguenza è concreta: la linea di frattura non passa più tra ricercatori e aziende, ma tra chi chiede regole e chi le definisce un hoax.
Il test decisivo non è quante altre dimissioni arriveranno, ma se la cautela invocata dai CEO troverà una sponda politica prima che i regolatori restino l'unico attore ancora fuori dal dibattito.