Microchip e server AI su scrivania minimalista, simbolo della governance internazionale dell'intelligenza artificiale

AI, la Cina respinge gli avvertimenti Usa: «fearmongering»

La Cina ha respinto come «fearmongering» le richieste americane di frenare la sua industria dell'AI, ma la stessa settimana il capo dello spionaggio di Pechino ha avvertito che la tecnologia minaccia il controllo del Partito Comunista. La doppia posizione — negare il pericolo verso l'esterno e ammetterlo verso l'interno — arriva a nove giorni dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per il 24 settembre, dove la governance dell'AI sarà sul tavolo.

La replica di Pechino al saggio di Amodei

Il pretesto dello scontro è un saggio di Dario Amodei, CEO di Anthropic, diffuso nel fine settimana. Amodei chiede un rallentamento globale delle capacità AI, ma anche che Washington impedisca attivamente a Pechino di avanzare per mantenere il vantaggio tecnologico delle democrazie. «A Chinese lead in AI would pose grave danger for the US and the world», scrive, prevedendo che uno sciame di agenti AI potrebbe prendere il controllo di internet in 6-12 mesi senza un accordo tra i ricercatori.

Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto lunedì 14 settembre: «Fearmongering, confrontation and vicious competition will only disrupt the process of global AI governance, which serves no one's interest». Ha invocato uno sviluppo «open, inclusive, universally beneficial and ethical». L'editoriale del Global Times di domenica ha definito il testo di Amodei una chiamata velata a «contenere» la Cina, un «cold war playbook» per il settore AI.

Sam Altman, Demis Hassabis ed Elon Musk hanno pubblicato un sostegno generico al saggio, senza pronunciarsi specificamente sulla Cina. Altman ha precisato che «pacing doesn't mean stopping».

Il capo dello spionaggio: l'AI minaccia il Partito

A casa, la musica cambia. Chen Yixin, capo del ministero della Sicurezza di Stato, ha scritto domenica sulla rivista statale China Cyberspace che «hostile forces and individuals with ulterior motives were abusing AI to wage a propaganda war and a cognitive war against us, directly threatening our political security, institutional security, and ideological security». Chen ha citato modelli americani: The Guardian riferisce di Claude di Anthropic e GPT-5.5-Cyber di OpenAI, mentre The Decoder indica Mythos di Anthropic al posto di Claude. Una divergenza nella ricostruzione dei modelli citati, a parità di sostanza.

Microchip e server AI su scrivania minimalista, simbolo della governance internazionale dell'intelligenza artificiale
Il dibattito internazionale sulla governance dell'intelligenza artificiale accelera con il vertice tra le principali potenze tecnologiche.

La ricetta di Chen è opposta a quella di Amodei: più ricerca su chip avanzati, costruzione più rapida di infrastrutture AI e supervisione più stretta, non un rallentamento. A luglio Xi Jinping aveva già detto che l'AI deve «always remain under human control».

Trump, chip e il vertice che decide

Trump ha respinto le preoccupazioni: l'unico guardrail necessario, ha detto lunedì, è un presidente «STRONG AND SMART». Il ricercatore Sun Chenghao dell'Università Tsinghua osserva che Pechino teme che Washington invochi pretesti di sicurezza per giustificare restrizioni tecnologiche più ampie — una lettura che trasforma le richieste di rallentamento in uno strumento di vantaggio competitivo.

Perché la doppia posizione cinese conta

Amodei stima 6-12 mesi per un salto di capacità degli agenti AI: su una finestra di 180-360 giorni, i nove che separano la replica di Pechino dal vertice del 24 settembre valgono tra il 2,5% e il 5% del periodo previsto. Poco in termini di tempo, moltissimo in termini di posta. In quel lasso, Pechino deve tenere insieme due cose contraddittorie: respingere l'idea che l'AI cinese sia una minaccia per gli altri e ammettere che l'AI in sé minaccia il proprio ordine interno.

Per chi segue la governance dell'AI, il tavolo negoziale parte già sbilanciato. Gli Stati Uniti hanno un fronte interno spaccato tra chi chiede rallentamenti e chi li rifiuta; la Cina ha un fronte interno che chiede accelerazione ma teme l'effetto politico della tecnologia. Il «controllo umano» invocato da Xi è l'unico terreno comune visibile, e non a caso è anche il più ambiguo: ognuno lo interpreta come limite all'altro.

Se il vertice del 24 settembre produrrà un linguaggio condiviso sulla governance dell'AI, sarà perché entrambe le capitali hanno più da perdere dall'assenza di regole che dalla loro definizione.

Fonti

Francesco Leone
Francesco Leone

Francesco Leone è un esperto in Intelligenza Artificiale con una profonda conoscenza in Machine Learning e Deep Learning. Attraverso la sua esperienza, ha contribuito allo sviluppo di soluzioni innovative in ambito di elaborazione del linguaggio naturale e visione artificiale, mirando a trasformare il modo in cui interagiamo con la tecnologia. Attivo nel settore con pubblicazioni e progetti su https://ital-ia.it/, Francesco si dedica alla ricerca e all'applicazione di algoritmi avanzati per rendere i sistemi più intelligenti e accessibili.

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